La certezza del Sol Levante: intervista a Gabriele Anello sul movimento calcistico giapponese

 Il movimento calcistico giapponese viene spesso distorto da connotati macchiettìstici e caricaturali. Gabriele Anello, collaboratore di MondoFutbol, ci conduce per mano all’interno del cuore calcistico del Giappone. Un movimento in continua evoluzione che ha effettuato passi da gigante nel giro di vent’anni e si risolve nella quinta qualificazione consecutiva alla Coppa del Mondo da parte della propria Nazionale.

Yū Kobayashi, capocannoniere del torneo

Il Kawasaki Frontale ha conquistato la prima J1 League – massima divisione calcistica giapponese – lo scorso anno. A cosa devi il successo della selezione di Toru Oniki? Al di là del capocannoniere del torneo Yū Kobayashi – top scorer con ventitré reti – sapresti suggerire altri giocatori chiave nel conseguimento di questo successo?

 

Credo che la cosa bella dell’impresa del Kawasaki Frontale – comunque coadiuvata dalla caduta nel finale dei Kashima Antlers: classic J. League – sia proprio il fatto di esser ripartiti nonostante l’aver perso il proprio tecnico storico (Kazama è andato ai Nagoya Grampus dopo quattro anni e mezzo) e il proprio terminale offensivo (Okubo è andato al FC Tokyo, gli acerrimi rivali, salvo ri-firmare per il Kawasaki quest’inverno).

È una storia di sapienza, di adattabilità alle difficoltà, che non sarebbe stata la stessa senza la crescita immediata di alcuni giocatori. Yu Kobayashi è facile citarlo, così come Oshima, ma porrei l’accento su profili come Kurumaya, Taniguchi, Hasegawa o Eduardo Neto, di cui si parla meno, ma che hanno fatto una stagione straordinaria.

 

L’Italia guarda con attenzione ed interesse la J1 League per la presenza di un tecnico proveniente dallo Stivale, ovvero Massimo Ficcadenti del Sagan Tosu. L’ottavo posto della compagine dell’ex allenatore di Cagliari e Cesena può soddisfare i tifosi? Inoltre, come si è disimpegnato il colombiano Victor Ibarbo in questa J1 League edizione 2017?

Non solo può, ma deve. Saga è una piccola realtà nel sud del Giappone, non lontano da Nagasaki e Kumamoto. Comandata da una sorta di piccolo enclave sud-coreano (scorrendo la rosa, ve ne renderete conto), il Sagan Tosu è rimasto per il sesto anno di fila in J1. Un risultato straordinario, perché l’ottavo posto del 2017 è il terzo miglior nella storia della società. Il tutto senza Kim Min-woo (storico capitano, che ha lasciato Saga perché doveva prestare servizio alla famosa leva militare coreana, che non fa sconti a quasi nessuno), senza i regolari gol di Toyoda (prima stagione in J1 con il Sagan senza la doppia cifra), senza Kamada (andato in Germania a metà anno).

Ciò nonostante, Ficcadenti ha fatto un miracolo, finendo davanti a realtà come Gamba Osaka, Vissel Kobe e FC Tokyo, che hanno una spinta finanziaria di gran lunga maggiore. Ha fatto maturare ragazzi come Tagawa e Harakawa, ha – sì, è successo – convinto Ibarbo prima a venire e poi a rimanere a titolo definitivo. Il colombiano ha avuto un impatto difficile, ma ha finito in crescendo.

 

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Lukas Podolski con la maglia del Vissel Kobe

Lukas Podolski ha sorpreso tutti trasferendosi nel marzo scorso al Vissel Kobe. Il campione del Mondo ha contribuito attivamente alla causa delle Ushi o possiamo parlare di un giocatore in procinto di abbandonare definitivamente il calcio giocato? Rimanendo al Vissel Kobe, il tedesco ha ben dialogato con una vecchia conoscenza del calcio europeo come Mike Havenaar?

 

È stato un approccio difficile quello di Podolski al Giappone. Perché se si scrosta via l’accoglienza planetaria a Kobe e le prime gare – con la doppietta al Vegalta Sendai – si è visto un ragazzo innervosito, forse anche dalle barriere linguistiche. Il Vissel gira attorno a Podolski, ma serve questo al club di Kobe per migliorare? Ricordiamoci che, nonostante i soldi spesi, non si è migliorato il risultato del 2016 (9° nel 2017 contro il 7° posto dell’anno prima) e c’è stata un’altra annata incolore.

Più che di un giocatore sul viale del tramonto, parlerei di mentalità sbagliata. E l’hanno visto anche persone che seguono il calcio giapponese in loco. Mike Havenaar è stata un’altra scelta molto europea, ma che ha fornito un apporto stranamente inferiore alle attese. Dopo i tanti gol all’Ado den Haag, ci si aspettava dividendi immediati. Invece solo una doppietta da ex al Ventforet Kofu: sembrava che per lui ci dovesse essere un’avventura sud-coreana con l’Ulsan, vedremo…

 

Ritieni che vi siano giocatori della massima serie giapponese, di passaporto nipponico, pronti ad approdare in Europa in campionati non necessariamente di altissima fascia?

Moltissimi in realtà. Anzi, sebbene il calcio olandese non se la stia passando benissimo (e la crisi dei club mi sembra più grave di quella della nazionale, nonostante tutto…), l’Olanda è un ottimo passo intermedio per i nipponici. Penso che Doan e Kobayashi abbiano fatto bene ad accettare offerte come quelle del Groningen e dell’Heerenveen.

Se dovessi fare qualche nome, me ne vengono in mente tre: Shinnosuke Nakatani, centrale del Kashiwa Reysol dalle buone movenze e dalla visione di gioco molto sviluppata; il suo compagno di squadra Junya Ito, un bolide in transizione che se ha cinque metri di spazio ti mangia il campo (immaginarlo in un tipico 4-3-3 Oranje è molto stimolante); infine, Hayao Kawabe, una mezzala creativa che ha fatto fuoco e fiamme al Jubilo Iwata prima di tornare quest’anno al Sanfrecce Hiroshima, squadra dalla quale era in prestito.

 

Passiamo alla nazionale giapponese, Vahid Halilhodzic ha trascinato il Giappone al sesto mondiale consecutivo, conseguendo un risultato notevole e incoraggiante. Il calcio giapponese non è più visto con sospetto e superiorità, ma è un movimento che sta consolidandosi fortemente in Europa; in questo senso i buoni risultati della Nazionale sono la prova di ciò. Dove può arrivare la nazionale del Sol Levante ai prossimi campionati mondiali in Russia?

Personalmente sono combattuto. Hai ragione, Halilhodzic ha fornito quella solidità di cui ha mancato clamorosamente la precedente gestione Zaccheroni. Una gestione che ci ha regalato una Coppa d’Asia e un calcio spettacolare, ma che è mancata nei momenti ufficiali (Confederations Cup e Mondiale).

Paradossalmente con Halilhodzic c’è il problema opposto: il talento delle generazioni successive non è quello di Kagawa e Honda (almeno non si è visto), non c’è stato un adeguato rinnovamento e il gioco latita. Potrebbe uno scenario del genere spingere la squadra dove non è arrivata in Brasile, ovvero agli ottavi? Potrebbe, se tutto s’incastrasse alla perfezione. Il girone non è impossibile (ma è più complicato di ciò che appare).

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Yūto Nagatomo si è conquistato un ruolo di leader nello spogliatoio dell’Inter

Una costante presenza giapponese nel calcio europeo è stato Yūto Nagatomo. Un recente articolo della rivista l’Ultimo Uomo recita nel titolo «Yūto non è una mascotte»: una presa di coscienza necessaria nei confronti di un giocatore che è al massimo della propria condizione atletica e mentale. Ti chiedo, cosa vuol dire Nagatomo in Giappone e qual è il suo valore nella Nazionale?

 

Il peso di Nagatomo in nazionale è inversamente proporzionale a quello nel club. Fermo restando che nessuno mi ha ancora spiegato quale terzino sinistro abbia visto negato da Nagatomo un meritato ingresso in prima squadra (mi sembra che gli esperimenti – annunciati con fanfara o meno – siano stati deludenti, per motivi diversi), il 55 interista è tanto “di troppo” per i tifosi nerazzurri quanto importante e fondamentale per quelli della nazionale.

Non è solo una questione del fatto di giocare all’Inter, ma proprio dell’importanza tattica nella difesa a quattro e dello scenario cambiato in nazionale. Nel 2014, Zaccheroni aveva quattro ottimi terzini a disposizione – Uchida, Nagatomo e i Sakai -; oggi quel numero si è ridotto e bisogna aggrapparsi all’esperienza di Nagatomo.

 

Oltre i soliti nomi – da Shinji Kagawa del Borussia Dortmund a Makoto Hasebe dell’Eintracht Francoforte – si stanno imponendo giocatori giapponesi interessanti in Europa. Ti chiedo una valutazione su Yūki Kobayashi dell’Heerenveen e Shoya Nakajima del FC Tokyo, ma in prestito al Portimonense in Portogallo. Li ritieni una possibile arma in più per il Giappone alla Coppa del Mondo?

Mi piacerebbe crederlo, ma non credo che nessuno dei due sarà seriamente considerato per la Russia. Per Nakajima mi dispiace moltissimo, perché l’ho visto nel percorso dell’U-23 verso Rio 2016 e si vedeva che la stoffa c’era. Eppure a Tokyo non giocava molto; scelta l’avventura portoghese, sta esplodendo come merita. Credo sia una carta che userà il nuovo ct per il ciclo post-Mondiale 2018. Kobayashi potrebbe rientrare tatticamente nel discorso, ma è stato lasciato un po’ da parte. Con Kagawa, Kiyotake e Shibasaki già in corsa per la posizione di play creativo nel 4-3-3 di Halilhodzic, dubito che Yuki rientrerà nella corsa. Ma sta crescendo bene.

 

Tatsuya Ito dell’HSV è sicuramente uno dei prospetti più interessanti del calcio giapponese. Credi possa trovare il giusto spazio con la maglia dell’Amburgo e possa imporsi stabilmente nella massima serie tedesca? Il dubbio che si nutre su questo giocatore è la stazza ridotta – 163 centimetri – per poter competere con un calcio estremamente fisico come la Bundesliga.

Ito per me è stata una sorpresa. Amburgo non è un ambiente facile: lo dimostra la grandezza del club nella storia del calcio tedesco, che negli ultimi anni però non collima con una realtà che fa fatica persino a salvarsi in Bundesliga. Penso che lui stia dimostrando di poterci stare nel massimo campionato tedesco, ma dovrà stare attento a non farsi travolgere da eventuali difficoltà di classifica per la squadra. In ogni caso, quest’anno gli farà bene alla carriera.

 

A proposito di fisicità minore e differenze con il calcio europeo: in un’intervista con Calvin Jong-a-Pin, vecchia conoscenza del calcio olandese, il terzino del Yokohama FC ha notato una differenza abissale dal punto di vista fisico. Il calcio giapponese è altamente tecnico – assomiglia al futsal a suo dire – ma denuncia carenze fisiche importanti: credi che il movimento calcistico giapponese sia chiamato a migliorare i propri giocatori nello sviluppo muscolare degli atleti?

Certo che lo è. L’ha sottolineato anche il ct Halilhodzic – seppur a modo suo, sventolando le percentuali di massa grassa dei giocatori della nazionale in una famosa conferenza stampa –, ma è indubbiamente un problema da risolvere.

Non è qualcosa che cambia dall’oggi al domani: la J. League assomiglia alla lega portoghese. È un campionato divertentissimo da vedere, ma il deficit fisico (non atletico, ma propriamente muscolare nei contatti) è visibile. Ed è un problema da risolvere anche per permettere ai giocatori nipponici di eventualmente trasferirsi in Europa senza timori.

 

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La splendida punizione di Keisuke Honda contro il Bologna

In conclusione: ho ammirato al VVV Venlo e al CSKA Mosca Keisuke Honda, ma il giapponese al Milan ha deluso le aspettative, seppur abbia dimostrato di essere un professionista quando chiamato in causa. Possiamo parlare di una carriera “flop” rispetto alle effettive qualità del trequartista attualmente in forza al Pachuca?

 

Per me il termine “flop” è un po’ duro. Sicuramente ha deluso rispetto a ciò che prometteva, fermo restando che il giocatore visto al VVV-Venlo non era umano. Penso che al Milan i suoi demeriti siano stati gonfiati: in parte con Inzaghi e con Mihajlovic, Honda ha fatto bene, persino adattandosi a un ruolo non suo (l’esterno in un 4-4-2… mai avrei immaginato).

Penso che sia un gran professionista, ma soprattutto una persona per cui il calcio è un veicolo per qualcosa di più grande. Il fatto che abbia imparato italiano e spagnolo al meglio che poteva per facilitare la comunicazione in campo, oltre al fatto che abbia comprato il SV Horn (team austriaco) per provare una scalata alla prima divisione, dimostra che il successo di Honda – quello vero e completo – forse ci sarà una volta che terminerà la carriera da calciatore. In altre vesti, ecco.

Per ora godiamocelo. Al Mondiale credo ci sarà, nonostante tutto. E credo che la MLS sarà il suo prossimo futuro.

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